martedì 3 agosto 2010

UN TAGLIO ALLA SALUTE MENTALE



Lo Stato ha trovato, finalmente, una bella trovata: non ci sono soldi. La filosofia delle filosofie dell’Economia. Saltano il Piano sanitario nazionale, i vari Progetto obiettivo della Salute Mentale, l’organizzazione dei servizi fondamentali, l’organico dei sanitari che, a seconda dei tagli realizzati e dei progetti di mungitura, vengono condotti come le pecore in transumanza da un servizio all’altro, in culo ad ogni Diritto, ad ogni contrattazione, ad ogni professione e professionalità, ad ogni qualità dell’assistenza, ad ogni richiamo deontologico, in un clima emergenziale spiegabile solo in una situazione di regime e in tempi di guerra; saltano le norme generali per l’erogazione delle prestazioni sanitarie. Il cinismo di Stato dal 1978 ad oggi ha sabotato la legge “180”. Al di là del colore dei governi. Lo stesso cinismo che sta oggi definitivamente ponendo fine ad ogni aspirazione emancipativa in fatto di salute mentale. Ma lo Stato ha anche una sua generosità per la quale questa volta porge un chiaro invito: la distruzione necessaria. Ci stiamo sbagliando? Qualcuno vorrà mancare all’invito? Siamo molto al di là di una manicomializzazione del territorio. Troveremo qual è la Utilità che spinge lo Stato a stringere i “malati di mente” in una ulteriore morsa di sofferenza? Della chiusura dei Manicomi non ne avevano fatto un emblema della democratica Italia? Finalmente una bella trovata dell’Economia. A quando l’apertura delle danze? In Salute Mentale si sta realizzando la definitiva distruzione anche di quelle che potevano apparire come gli ultimi residui di pur discutibili opportunità offerte da una pur discutibile riforma. La loro conclusione. La geniale trovata: non ci sono soldi… quindi possiamo fare della gente quello che vogliamo. Non ci sono soldi… la gente può crepare quando e come vuole e, se non ci sono soldi… è inutile lamentarsi e contestare. La nostra conclusione. Allora la pace sociale, che sta permettendo tutto ciò, è raggiunta a pieno peso? Lo Stato sta rivolgendo alla gente un invito cortese, forte e chiaro. Un invito alla distruzione necessaria senza se e senza ma. Altro che Manicomio! Non ci sono soldi! Così di quelli che la Psichiatria chiama “malati mentali” non ne faranno più un Manicomio ma ne stanno facendo quello che vogliono. La bella trovata richiede la sensibilità, l’impegno, l’intervento di tutte le associazioni, di tutti i gruppi e le individualità comunque autenticamente e inutilmente interessati alla lotta d’emancipazione dell’individuo dalle condizioni di Disagio Relazionale.

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- SALUTE MENTALE - Il cinismo di Stato pone fine ad ogni aspirazione emancipativa

mercoledì 28 luglio 2010

RISORGE IL MANICOMIO PISANI DI PALERMO

PER UNA VITA SENZA MANICOMI


PER UNA VITA SENZA CARCERI


PER UNA VITA SENZA MANICOMI CRIMINALI


Già dall’inizio dell’anno i morti delle patrie galere sono 39.



Queste stesse carceri domani saranno eretti a monumenti d’arte.



Ciò richiede una distruzione urgente e preventiva



che guardi non alle Utilità dello Stato



ma alle inutilità della vita.

«SI PUÒ RAGIONEVOLMENTE AFFERMARE»

In una logica delle Utilità mai sovvertita

in una relazionalità di dominio mai dismessa

risorge il Manicomio Pisani di Palermo

Arrotolato a palla nudo in mezzo al corridoio era una specie di pezzo di legno con le spalle al muro la testa fra le gambe le mani sulla nuca e i coglioni piagati sul pavimento mentre su esso, inanimato, s’arrotolava e s’arrovellava la mente mia in una faccia sconvolta che niente mostrava di una scientifica osservazione né del mondo né della natura né della follia. Quella scienza che nel Manicomio vedeva e approntava tutto un utero. Quella scienza, e lui era scienziato della mente, che attraverso quell’omino si stava ponendo delle domande con le stesse risposte. In fondo. Fino all’utero. Mentre nella dotta disquisizione ci eravamo avvicinati a quel residuo d’essere umano, il fetore che emanava non si distingueva dal lezzo ambientale mentre meglio riuscivo a vederne l’anatomia ormai all’essenziale: mani lunghe affusolate in lunghe dita marroncino scuro bruciacchiato di mozziconi raccolti e rubati a coltellate terminanti con unghia secolari. Pelle di uno scuro indefinito colore variamente maculata. Gambe scarne piegate su se stesse finenti sul due residuati piedi neri come pece che sfilavano verso dita sormontate da artigli curvanti sotto il rispettivo dito del rispettivo piede. Una parola ch’è rimasta vuota, dimentichi ch’è stata piena di corpi e di vite umane, e vuota rimane. Che significa niente, il vuoto più vuoto, il non senso, se non ci si coinvolge in quelle mura, se non si degusta sorso dopo sorso ogni rivolo di sudore, merda, sangue e piscio, se non s’assaggiano le lacrime raccolte dai volti piagati d’un’umanità ferita. È meglio che se ne parli come d’opera d’arte, come monumento storico. Peccato che i monumenti siano eretti ai caduti in guerra dalle stesse mani che quei caduti hanno messo a terra. Tutto richiama, in uno straziante invito continuo, all’etica e all’estetica della distruzione necessaria. Tutto più che mai oggi riporta alla comprensione che niente, proprio niente, c’è da conservare. (Leggi)

sabato 17 luglio 2010

«CATTIVA PSICHIATRIA»

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Se sopravvive, non è detto che “l’utente” abbia sempre una chiara consapevolezza di cosa sia successo a lui e a lui nell’Istituzione. Che questa Istituzione sia quella del lettino privato, dell’ambulatorio o del repertino pubblico, le cose non sempre cambiano più di tanto. Niente sapeva della Psichiatria e dell’istituzione della Salute Mentale qualche tempo prima, niente, a maggior ragione, potrebbe sapere ora che, rimasto preso in qualcosa che lui stesso non si spiega, che nessuno sa spiegargli, è sempre ben disposto, sentendosi nelle mani altrui, a perdonare allo psichiatra ogni leggerezza, ogni ignoranza eretta a presunzione, ogni arbitraria interpretazione, ogni cecità, ogni cinismo, ogni mancanza di risorse che non riesce a percepire, ogni complice spavalderia che copre il cinismo istituzionale e il sabotaggio di ogni buona pratica. Eppure è sempre questo “utente”, pur nella attanagliante confusione, a raccontarci cosa ancora oggi è l’istituzione della Salute Mentale. Qualche volta non è rimasto solo. Il suo racconto è stato chiarificato e accompagnato da quello di chi, volendo guardare le problematiche del Disagio Relazionale con occhio diverso, ha saputo inoltrarsi oltre l’immediatezza percepita dalla “utenza” per spingersi fin dentro i segreti del laboratorio. Questo in ogni caso è un contributo importante. Più importante se si portasse più in fondo alle viscere dell’Istituzione, oltre una battitura superficiale che sfiora solo la polvere.
Quando Migone parla di una “cattiva psichiatria” si riferisce non alla istituzione della Salute Mentale ma alla Psichiatria medica; quindi critica non una forma di organizzazione istituzionale della Psichiatria e la relazionalità su cui questa si fonda ma una scienza e una tecnica di intervento terapeutico.
Della Psichiatria medica descrive il comportamento autoritario fino a parlare di “cattiva psichiatria”, “malpractice”, di “abuso”, di “maltrattamenti”, di psicofarmaci prescritti senza alcun criterio scientifico, di mancanza di una cultura psichiatrica, di psichiatri come stregoni. E ancora di mistificazioni propagandate dalle case farmaceutiche guidate non certo da spirito di carità e di umanità ma dalla logica delle Utilità. Non nega la sofferenza delle persone con Disagio Relazionale per prendersi cura delle quali propone una relazionalità empatica, la possibilità di progetti per una graduale sospensione dello psicofarmaco, le potenzialità della terapia della parola, della psicoterapia.
«La psicoterapia non è affatto un intervento “tecnologico”, ma “umano”, misurabile in ore di lavoro da remunerare.»
L’Istituzione è scomparsa? No; non è facile sputare l’Istituzione dalle vene anche se non è impossibile. Questa si ripresenta nei suoi nascondimenti e perfino nel suo quasi timido affacciarsi sotto forma di un sorriso “umano” da misurare in ore di lavoro e in tintinnante denaro. Si affaccia a dichiarare l’appartenenza di Paolo Migone alla casta di psichiatri e di informatori scientifici che avrebbe voluto aspramente criticare e alla stessa logica autoritaria e delle Utilità. E l’istituzione della Salute Mentale? Per questa una diagnosi si dimostra impossibile anche per uno psicoterapeuta raffinato. Nemmeno Migone sembra accorgersi che la relazionalità empatica non è coniugabile con la relazionalità di potere che, da sempre, fonda ogni forma di Psichiatria e in particolare ogni “cattiva psichiatria” e che ogni forzatura in tale impossibile connubio ad altro non contribuisce che a fondare direttamente l’Istituzione del Male Mentale. Che poi una persona in condizioni di Disagio Relazionale riesca a trarre aiuto è qualche volta possibile ma tra gli incidenti di percorso.
Il sangue che scorre ad alimentare gli interventi “umani” della Psichiatria sembra muoversi nella stessa logica di un fiume di denaro. Indifferentemente dove si prescrivono psicofarmaci e dove si prescrive psicoterapia. Di questo fiume fa parte la carità pelosa delle case farmaceutiche. Quelli che per altre specialità mediche sono progressi per la Psichiatria sono “cattiva psichiatria”. Questo ce lo racconta non il Migone comico di Zelig ma Paolo Migone psichiatra, psicoanalista e docente universitario italiano.

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CATTIVA PSICHIATRIA di PAOLO MIGONE


venerdì 2 luglio 2010

SPACCIATORI DI CARITÀ PELOSA



DEPRESSIONE?

NON FARTELA PRENDERE


LA DEPRESSIONE È UNA BRUTTA BESTIA

MALATTIA O NON MALATTIA



SE TI PRENDE



C’È SEMPRE QUALCUNO PRONTO A CURARTELA.



È UNA FORTUNA



SE LA SCELTA RIMANE TRA



IL PRENDERSI CURA DELLA PERSONA



IN UNA RELAZIONALITÀ EMPATICA E INUTILE


E

LO SPACCIO DI CARITÀ PELOSA A CARO PREZZO.



IL FATTO È CHE



IN UNA RELAZIONE DI POTERE

IN UNA RELAZIONE UTILE

IN UNA RELAZIONE AUTORITARIA



NON C’È SCELTA.

CERCARE E TROVARE

PER UNA LIBERA SCELTA.




Vede solo chi vuole sa e può.


ELI LILLY

INDUSTRIE FARMACEUTICHE

MATERIE PRIME PER

L'INDUSTRIA CHIMICA E FARMACEUTICA

http://www.lilly.it/

Eli Lilly Italia S.p.A. gruppo ELI LILLY

(Produzione prodotti farmaceutici, biologici e veterinari)

Lilly Italia è un’affiliata della multinazionale americana Eli Lilly and Company di Indianapolis (U.S.A.), che si colloca tra le prime società farmaceutiche mondiali.

Multinazionale farmaceutica di origine statunitense fondata nel 1876 dall'omonimo colonnello farmacista americano. L'anno 1988, lancia il Prozac un antidepressivo tra i più venduti nel suo campo. Vende Ziprexa, un antipsicotico e il Cymbalta un antidepressivo.

Sede Legale - Amministrativa e Stabilimento: Via Gramsci, 731/733 - 50019 Sesto Fiorentino (Fi)

Tel. 055 42571

Fax 055 4257707

Prendere l´Autostrada A1 direzione Milano ed uscire ad Aeroporto Peretola (Autostrada A11, direzione Firenze).

Proseguire per 4km circa ed uscire in Viale XI Agosto.

Percorrere tutto Viale XI Agosto fino ad incrocio con Via Sestese.

All´incrocio, svoltare a sinistra e proseguire per circa 1mk: dopo la rotonda si entra in Sesto Fiorentino e sulla strada si trova la Lilly.

ELI LILLY - Nello spaccio di carità pelosa

venerdì 18 giugno 2010

MAI PIÙ QUALCUNO DEVE ESSERE LEGATO

MAI PIÙ MORIRE DI TSO


MAI PIÙ MORIRE DI SALUTE MENTALE

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Quanti ne devono morire ancora legati a letto
in un reparto della Salute Mentale
Quanti se ne devono cronicizzare di persone
che non si sono fatti un giorno di Manicomio
Quante tonnellate di psicofarmaci devono essere ancora
scaraventate nel sangue delle persone
per bilanciare le carenze della
riabilitazione distrutta e delle buone pratiche annichilite
Quanti individui devono essere annientati ancora
per mano della Salute Mentale
per capire che non è questione di riforma
Quanti TSO vorranno mortalmente ancora eseguire
prima di capire che sono cambiate le targhette nei servizi ma
l’autoritarismo del Manicomio
è stato trapiantato di sana pianta su tutto il territorio
Quanti individui, tra famiglie, persone diagnosticate,
operatori sanitari, professionisti dell’aiuto,
vogliono ancora annichilire prima di capire che
la scelta altro non può essere che
tra l’autoritarismo delle relazioni istituzionali
e
la relazionalità empatica ed antiautoritaria
in una metodologia autogestionaria
Quante persone devono ancora cadere
per mano dell’istituzione della Salute Mentale
prima di capire che di trattamenti simili a quelli di Mastrogiovanni,
non riscontrabili nelle statistiche,
sono pieni i servizi
non hanno capito niente
o
fanno finta di non capire?

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"PROGETTO CONTRARIA-MENTE"



in una prospettiva TRANS-PSICHIATRICA




FRANCESCO MASTROGIOVANNI
AL DI LÀ DI UN'INCHIESTA DI STATO


PER UN ANARCHICO IL TSO È DOPPIO

04/09/09 - SE SI MUORE DI TSO SI MUORE DI SALUTE MENTALE

(18/09/2009) - FRANCESCO MASTROGIOVANNI MORTO IN TSO

COMITATO VERITÀ E GIUSTIZIA FRANCESCO MASTROGIOVANNI



mercoledì 16 giugno 2010

SE SENTIRE LE VOCI È UNA MALATTIA

Chiunque tu sia!!!
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Un'alternativa sociale al deleterio concetto di schizofrenia
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di Marius Romme e Paul Baker
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Fuori degli ambiti della psichiatria non è ben noto che deve essere ancora dimostrato che la schizofrenia sia una malattia comprovata.
La schizofrenia non è un concetto valido in quanto manca completamente di test scientifici. Perciò la schizofrenia non è, e non è mai stato dimostrato che sia, una malattia del cervello.
La diagnosi di schizofrenia è deleteria perché non dice la verità sulle cause dei diversi comportamenti e delle esperienze dei singoli, quando in realtà è proprio queste cause che devono essere analizzate, cosa che può diventare il centro di una terapia di successo.
Una persona udente voci si ammala non perché sente delle voci ma perché non riesce a far fronte a queste voci ma questo è ancora da capire. Coloro che non possono far fronte alle loro voci non vi possono far fronte perché non possono affrontare i problemi che hanno provocato la comparsa dell'esperienza del sentire voci. Questa doppia incapacità rende importante non tanto concentrarsi su una sconosciuta Malattia, quanto: aiutare la persona ad imparare come accettare e come far fronte alle proprie voci e/o deliri e ai problemi che hanno portato alla loro comparsa.
D'altra parte, l’Hearing Voices Network ha constatato che coloro che si adeguano al sistema di assistenza psichiatrica e alle diagnosi previste sembrano meno in grado di riaversi, rispetto alle persone che protestano contro la loro diagnosi e il trattamento, nonché meno in grado di organizzare i loro percorsi.
Comunque non si è impotenti. Noi non necessariamente ci aspettiamo che si sarà in grado di cambiare il sistema e non pensiamo che sarà necessariamente avviata una rivolta collettiva contro il concetto di schizofrenia a causa del danno che provoca. Ma qualcosa possiamo fare.

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L'INCOGNITA ISTITUZIONALE

Al di là di una malattia

la violenza dell'imprevedibile Istituzione

domenica 6 giugno 2010

THE ICARUS PROJECT

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SI PUÒ FARE... MA CONTRARIA-MENTE
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al di là di uno sguardo medicalizzante
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al di là di uno sguardo stigmatizzante
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al di là di una metodologia istituzionale
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uno sguardo trans-psichiatrico
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Questa volta una Medicina più subdola, la Medicina psichiatrica, dopo l’abbandono di obsolete melmose e sanguinarie strutture. Questa volta le Psichiatrie. Non più internamento. Alla luce del sole. Sotto gli occhi di tutti. Profonda cecità.
Invisibili corpi fuori d’ogni Utilità. Non compatibili con nessuna Utilità. Facce angeliche toccate dall’afflato della nuova scienza psichiatrica hanno teorizzato: se il lavoro nobilita l’uomo perché non dovrebbe nobilitare pure loro? Così la riabilitazione era pensata come possibilità di inserimento nel mondo del lavoro della produzione. Detta la cosa così che cosa mai si sarebbe potuto dire? Niente. Proprio niente. Bisognava andare solo un po’ più in là. Dove non sono mai voluti andare. Hanno dovuto constatare che: se il lavoro schiavizza e annichilisce gli individui una volta, ha schiavizzato, annichilito e frustrato quegli individui come minimo già per due volte in più. Ma l’hanno mai veramente e onestamente constatato? È subitanea l’affinità tra l’ideologia del lavoro con l’ideologia della velocità di futuristica memoria.
Cosa si deve fare quando c’è una “malattia mentale”? Chi mai lo saprà. Cosa stanno facendo ai cartellati della Salute Mentale? Chi mai lo capirà. Dal Manicomio, dove sono finiti? Sono scomparsi. Si sono dileguati. Dove sono finiti giganteschi blocchi di tufo cingenti d’assedio persone ingabbiate? Ora sono solo invisibili mura le cui porte sono nei servizi polverizzati sul territorio. La storica violenza della Psichiatria? Scomparsa. Finita. Non c’è più. Roba d’altri tempi. La relazionalità istituzionale non si nasconde più città nella città, si insinua fin dentro le case della gente. E le strutture intermedie? Punti di raccolta differenziata dei fallimenti della Salute Mentale. Questa volta non ci sono più scuse. È tutta colpa della malattia e del nostro cervello. Se qualcuno se ne accorgerà potrà essere perfino troppo tardi. No. È già ora troppo tardi. Eccezionali e sparute esperienze se dimostrano che si può fare dove la libertà è terapeutica, dimostrano pure che l’autoritarismo della Salute Mentale, di natura non diversa da quello manicomiale, è l’attuale cronicizzazione della malattia. È sempre tempo e sempre l’occasione buona per strapparsi l’istituzione che si insinua fin dentro le vene e autorganizzare la propria lotta per la difesa della salute mentale. Vecchi direttori difendevano il Manicomio. Nuovi direttori difendono a spada tratta la Salute Mentale. The Icarus Project è un’esperienza autogestionaria che guarda le condizioni del Disagio Relazionale al di là del modello medico. Gruppi autonomi di base per la difesa e il mutuo appoggio per la salute mentale, per individui che vivono condizioni di Disagio Relazionale e per la promozione della salute mentale in una relazionalità antiautoritaria.
Uno sguardo diverso alla follia è un progetto in un fine. Gli strumenti dell’istituzione della Salute Mentale più che mezzi atti a raggiungere quel fine si sono ampiamente dimostrati i mezzi per una solo diversa manicomializzazione del territorio. Diciamo questo non perché non riteniamo valido il pensiero che ispirava le lotte contro l’istituzione Manicomio, non perché non riteniamo valide le teorizzazioni assistenziali nate da quel pensiero, non perché non apprezziamo lo spirito di abnegazione di chi, anche eccezionalmente, pur tra le pieghe dell’istituzione ha dimostrato che si può fare, ma perché ogni carrozzone istituzionale, in una relazionalità fittiziamente libertaria ma realmente e oggettivamente autoritaria, di Potere e in una logica delle Utilità, impedisce e inibisce a tal punto la possibilità di uno sguardo diverso fino a trasformare quelle pieghe istituzionali in vero e proprio cappio al collo della gente.
Immediati difensori: era meglio prima? Era meglio il Manicomio? La retorica del confronto è solo retorica istituzionale: è impossibile il confronto quando manca il mezzo del confronto. Chi era dentro il manicomio poteva meglio accorgersi di cosa gli stavano facendo. Ma anche quella comprensione era da trattare perché dichiarata non vera e sintomo della stessa malattia. Oggi per tanta gente cartellata in Salute Mentale è difficile accorgersi di cosa stanno loro facendo. Quando qualcuno se ne accorge può essere perfino troppo tardi. Anche per chi guarda di fuori è oggi più difficile, anche se non impossibile, accorgersi di cosa sta avvenendo nell’attuale manicomializzazione. Quando qualcuno se ne accorge, quelli sono segni di incompatibilità. Segni di una diversa malattia.
Eccezionali e sparute esperienze se dimostrano che si può fare e se dimostrano che la libertà può essere terapeutica, dimostrano pure che l’autoritarismo dell’istituzione della Salute Mentale è l’attuale cronicizzata malattia; dimostrano pure che lì dove il Manicomio rinchiudeva la Salute Mentale esclude. Una solo diversa forma di reclusione.
Esperienze come quelle del Freedom Center e del The Icarus Project dimostrano non solo l’importanza dell’attualità di uno sguardo diverso alla follia ma che si può sempre fare, ma questa volta in modo diverso.
The Icarus Project è una web-community, una rete di supporto di gruppi locali, ed un progetto mediatico creato dalle e per le persone che devono fare i conti con il disturbo bipolare e altre doti scomode comunemente etichettate come “malattie mentali.” The Icarus Project sta creando una cultura e una lingua nuove che sono in risonanza con le nostre effettive esperienze della follia, anziché tentare di incastrare le nostre vite in schemi convenzionali.
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COS'È "THE ICARUS PROJECT"


domenica 30 maggio 2010

SOSPENDERE GLI PSICOFARMACI

La logica delle Utilità è prima di tutto
incremento, esasperazione e diffusione del danno.

SOSPENDERE GLI PSICOFARMACI

Manuale per la riduzione del danno

Qualche volta sento la mia vita fuori controllo per un diverso tipo di bisogno d’energia. La mancanza della quale mi s’impone, anche lì, con diversa origine e motivazione e causa, in una condizione di Disagio Relazionale fino ad una condizione di vero e proprio Grave Disturbo Relazionale. Il disastro ecologico mi tocca in un modo; il disastro relazionale mi tocca in un altro modo. Non l’uno in modo meno violento dell’altro. Non sto pensando in questo momento a come gli altri giudicano il mio delirio, se come una chiamata di Dio e un segno della mia santità o un segno di follia.
Le sostanze psicoattive possono aiutare? Forse sì forse no. Possono danneggiare? Forse sì forse no. A seconda. Criminalizzare l’uso di sostanze psicoattive o demonizzarle serve, è importante? Forse sì forse no. A seconda. Altra cosa è sapere ed avere coscienza che le case farmaceutiche, i padroni della polverina, allo stesso modo dei padroni dell’oro nero, in un gesto di carità pelosa, stanno sfruttando il mio bisogno in una logica di potere, autoritaria e delle Utilità. Fino a sostenere che lo psicofarmaco si deve assumere per tutta la vita, come in certe forme di diabete s’è costretti all’insulina. Fino a ridurre la condizione di Disagio Relazionale ad inguaribile malattia, fino a creare una nuova e diversa manicomializzazione del territorio. Fino ad ignorare la sconfinata letteratura sulle modalità alternative, e integrative, delle cosiddette buone pratiche, e a ridurre la relazione a spaccio autorizzato di sostanze psicoattive.Ci fa allora simpatia il lavoro dell’Icarus Project e del Freedom Center che hanno realizzato un manuale la cui funzione vuole essere quella di offrire uno spunto di riflessione che può aiutare la persona ad una libera scelta anche nei confronti delle sostanze psicoattive. E potrebbe perfino riuscirci. Dopo tutto, la possibilità di riflettere su una strategia, quella della “riduzione del danno” in una realtà sociale che trova nell’istituzione della Salute Mentale una solo diversa istituzionalizzazione degli individui, e di trovare percorsi personali di guarigione non può che aiutare una persona che vive condizioni di Disagio Relazionale. Ecco perché esce la prima edizione italiana del manuale Harm Reduction Guide to Coming Off Psychiatric Drugs, realizzato da The Icarus Project e dal Freedom Center. L’edizione e a cura del Progetto Contraria-Mente; disponibile in scaricamento gratuito da “L’Incompatibile - A-periodico di critica all’Istituzione psichiatrica”, dalla rubrica "La Recensione".


martedì 25 maggio 2010

FREEDOM CENTER

SI PUÒ FARE
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Si può fare. Oggi meglio e più di ieri. E ce ne vorrebbe minimo uno per ogni città. Gruppi di una più ampia Comunità Terapeutica Autogestita Diffusa sul Territorio. Una dimensione umana e relazionale senza spazio e senza tempo. Senza una stanzialità istituzionale dove non si entra non si rimane non si esce. Nell’unico movimento incompatibile con l’Istituzione, dove si incomincia ad uscire mentre ancora si sta entrando; dove si possa incominciare ad entrare mentre si sta già uscendo. Ciò dicendo sono lungi dal sottovalutare le difficoltà, per più di un motivo, del processo di “recovery” o di guarigione che dir si voglia ma, nello stesso tempo, sono ben consapevole non solo dell’Istituzione, della vecchia istituzionalizzazione e della novella istituzionalizzazione ma anche e principalmente degli enormi e non più recuperabili danni della metodologia istituzionale.
Freedom Center è un centro di libertà, un centro per la libertà, un centro libero. Cosa sia un centro che s’ispira alla libertà non è facile dirlo, specie dove al Regime s’inneggia come baluardo di libertà. Cos’è un centro che ha come proprio riferimento la filosofia della libertà, che coinvolge individui che vivono condizioni di Disagio Relazionale e perfino di Grave Disturbo Relazionale ce lo raccontano gli attivisti di uno di questi centri.
Al di là delle personali scelte politiche o religiose delle persone, gli attivisti del Freedom Center sembra condividano alcuni elementi d’affinità. Queste riguardano il metodo di lotta diretta contro l’Istituzione che, vincolata com’è nei presupposti filosofici e di metodo, non riesce, nonostante le riforme e le promesse, a non essere violenta e autoritaria; riguardano il modo di intendere la relazione con le sostanze psicoattive, la critica senza mezzi termini dell’autoritarismo istituzionale, l’autogestione della lotta o il loro organizzarsi autogestionario in gruppi di mutuo-appoggio e di difesa.
Nessuna negazione di una patologia mentale; solo la presa d’atto dello stato dell’arte. Nessuna criminalizzazione della sostanza psicoattiva né nessuna santificazione ma una chiara consapevolezza di cosa siano le case farmaceutiche nella logica dell’Economia e delle Utilità.
Certamente uno Stato di Polizia in una cultura attuale di forte pregiudizio non aiuta nell’emancipazione specie degli individui che vivono in maggiore difficoltà. Certamente se non ci fosse imposto uno Stato di Polizia necessario alla difesa di una cultura del pregiudizio, e di tutti i suoi derivati, tanto necessaria alle Utilità, non saremmo costretti a vivere in una relazionalità autoritaria. A questa il Freedom Center contrappone una relazionalità empatica in una cornice autogestionaria. Così dicono e sembra facciano sul serio riuscendo, per molti a rappresentare una valida alternativa all’Istituzione, per altri un valido sostegno in tutto ciò in cui l’Istituzione non arriva, non ultimo, dove una persona lo volesse, dopo anni di cronica assunzione, portando il suo sostegno culturale ed esperienziale in progetti di sospensione dello psicofarmaco programmata.
Ma la psicosi, al di là di ogni abitudine ad una relazionalità autoritaria a cui ci riduce il metodo istituzionale, compreso quello della Salute Mentale, si guarisce solo con gli psicofarmaci? Per la stragrande maggioranza dei servizi di Salute Mentale italiani, posta una pietra tombale sulle buone pratiche, l’attività essenziale è rimasta quella del puro e semplice spaccio di sostanza psicoattiva. Con buona pace dei riformatori di tutti i colori. Cos'è il «FREEDOM CENTER»?

mercoledì 17 marzo 2010

DA FERRARO A LOMBROSO E VICEVERSA

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La Stampa di regime di qualche mese fa, tra i vari fuochi fatui di un’informazione mistificata dove non del tutto controllata, vietata dopo la severa repressione d’ogni libero pensiero e d’ogni dignitosa libertà di parola, lascia trapelare la notizia di uno psichiatra, un certo Ferraro, direttore di Manicomio Criminale, accusato di false diagnosi psichiatriche che sarebbero dovute servire ad aiutare un boss. Un fatto, se esce dalla sua silente routinarietà è perché ha la pretesa della notizia e niente più.
Che i Manicomi Criminali massacrano la povera gente e garantiscono uomini di Potere, direttori compresi, non è una notizia.
È una notizia che i Manicomi Criminali attualmente governano a pieno regime ancora sulla vita di un’enorme massa d’individui che di tutto ha bisogno tranne che d’essere seppellita viva in un manicomio?
Che, indipendentemente da uno o un altro boss, le diagnosi psichiatriche pendolano tra una storica falsità e una creazione di sana pianta è una notizia?
È notizia che un fatto di Potere, non metaforico ma nella sua concretezza di sofferenza, sangue e morte d’individui d’ogni età, in un quotidiano ping pong tra democrazia e riformismo si sciolga in scipito fumo senz’arrosto?
Quale sarà mai questa notizia?
Eppure al di là della notizia, fuoco non meno fatuo d’ogni silenzio, qualcosa ci cava gli occhi: la continuità del regime del tempo di Lombroso con quello del tempo di Ferraro. Di entrambi la filosofia massima è quella della difesa della società finalizzata alla difesa e la garanzia della pace sociale. I mezzi hanno cambiato solo nelle loro sfumature in un fine comune che li giustifica.
«la delinquenza e la follia sono stati morbosi dell’individuo (...) entrambi disturbano l’equilibrio sociale, (...) l’esigenza primaria è la difesa sociale; il carcere per i delinquenti e il Manicomio per i folli sono quindi da ritenersi la giusta medicina per la cura di affezioni patologiche.»
Agli inizi del ‘900, Rusticucci, studioso dei manicomi Criminali del Regno, in un Manicomio incontra Gennaro De Marinis, ritenuto camorrista, di cui così scrive: «“Vive una vita invidiabile per un condannato; una vita piena di comodi e di mollezze. Trascorre le sue giornate come un gran signore. La sua cella si è trasformata in una camera linda, arieggiata, profumata, piena di ninnoli, arredata con fine ricercatezza, con fotografie e immagini”
Tanti schifiltosi, indifferenti se non sostenitori, se non indifferenti sostenitori di Istituzioni Totali comunque chiamate, estimatori della Giustizia che altro non produce che Carceri e Manicomi, pennivendoli per la pace sociale, per la sicurezza della società, sempre pronti ad ogni sacrificio altrui e non certo proprio, in definitiva eroi dell’autoritarismo e blanditori dei Governi che si susseguono, altrimenti definibili fervidi amanti del coito anale prestato al Potere d’ogni turno, quando incontrano un mafioso custodito in un Manicomio si scandalizzano? Fanno parte solo di quella numerosa schiera che, dopo d’aver affidato la loro mente al Potere, pensano ancora di poter differenziare una modalità di Potere dall’altra distinguendo nello stesso tempo un Potere dall’altro; sono quelli che pensano, e non a caso, che le Mafie e le politiche e i Governi siano cose diverse e non organizzazioni che operano in una stessa logica comune e condivisa. Sono quelli che ritengono di potersi schierare contro le Mafie senza schierarsi contro i Governi e gli Stati e che si schierano a favore degli Stati lasciando credere di starsi schierando contro le Mafie.
Nella stessa, identica e comune inutilità della vita che non concede sconti a nessuno, siamo situati su punti di vista diversi ma anche in una cornice metodologica diversa.
Alla base delle più terribili tragedie umane troviamo non gli asteroidi né i terremoti né le pestilenze. Troviamo il concetto e la politica della “sicurezza sociale” o almeno le modalità con la quale tale concetto viene tutt’ora utilizzato dai governi: nessuno ci può salvare da un terremoto ma il Governo ci può garantire dai mali sociali garantendo la sicurezza sociale. Il discorso s’imperniava sul “danno alla società”, concetto che immagina e presuppone che in una società fondata sul Potere (Regno d’Italia, nel periodo di Lombroso; regno di Giorgio III, nel periodo dell’Insane Offender’s Act) esemplare, inattaccabile, ineccepibile il primo e più pericoloso detrimento sia il danno apportato da certi individui per l’esclusione dei quali si creano già apposite categorie di “delinquente”, “folle”, “folle delinquente”. È sotto un tale vessillo che corre il concetto e la politica di “sicurezza sociale”.
Lombroso è stato pioniere di una metodologia autoritaria applicata in verità non tanto alla cura delle condizioni di Disagio Relazionale quanto alla produzione di pace sociale in vista della quale fornisce il Dominio di una teoria del controllo che prende a pretesto la follia e la delinquenza dopo averle dichiarate malattie ma anche prima d’averle dimostrate come patologie.
Tra leggi, alienisti, tribunali, governi si sono contesi la modifica di varie leggi che hanno comunque lasciato inalterato l’impianto lombrosiano e il Manicomio Criminale fino ai nostri giorni.
Un impianto di base, raccontato e descritto con metafore varie, ma fondamentalmente di Potere che non ha mai visto nei suoi uomini, e non poteva, una dignitosa critica della relazionalità alla base dei rapporti istituzionali che sostengono il Manicomio. La metodologia di Potere e autoritaria di Lombroso ci ha portato fino allo psichiatra Ferraro. L’occasione di Ferraro che ci parla di criminali custoditi nei Manicomi con diagnosi psichiatriche a regola d’arte ci riporta alla metodologia di Lombroso mostrandocela in tutta la sua ferocia, in tutta la sua attualità e in tutta la sua feroce attualità. L’uno richiama l’altro in quanto espressione di un’unica logica di Potere e delle Utilità, alla cui difesa continuano a concorrere Carceri e Manicomi Criminali.

domenica 7 marzo 2010

DSM - LA BIBBIA DELLE MALATTIE MENTALI SI RINNOVA



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Il DSM-5, una ulteriore revisione, dovrebbe uscire nel 2013. Intanto gli studiosi ne stanno redigendo una bozza revisionata. Nessuna novità ancora: la base descrittiva su cui si fonda la diagnosi psichiatrica è lontana da ogni scientificità ufficiale. Se la diagnosi rimane un modo di sapere attraverso la conoscenza, della conoscenza su cui si basa la diagnosi psichiatrica di tutto si può dire tranne che sia scientifica. È quanto emerge anche da certa informazione critica americana. (LEGGI)

martedì 2 marzo 2010

FARMACI E SALUTE MENTALE

LO PSICOFARMACO NON È CICORIA

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A Roma, il 14 maggio 2004, a 26 anni dalla legge 180, si è tenuto un convegno presso l’Istituto Superiore di Sanità. Gli atti del convegno sono stati pubblicati in un libro: "Farmaci e Salute mentale". Un gruppo di psichiatri e studiosi propone, in quanto lo reputa possibile, un consumo critico dello psicofarmaco.
Al di là della raffinata teorizzazione, non c’è verso di una tangibile corrispondenza tra mente e corpo. Così parliamo della base biologica, che si trova nel corpo, di un disturbo mentale che si trova...? Dov’è la sede del disturbo mentale? Tutto rimane sulla punta della lingua mentre il farmaco deve essere praticato o ingerito in profondità, fin dentro il sangue, la linfa e fin dentro i nervi dove va ad aggiustare ciò che nella loro sostanza biologica s’era distratto.
Vogliamo ascoltare cosa ci dicono alcuni psichiatri della Salute Mentale, forse appena una minoranza, ma anche altri, ad alcuni dei quali fa riferimento anche l’Anti-psichiatria non istituzionale come Eliot S. Valenstein, David Cohen, Peter Breggin, Loren Mosher.
Dalla proposta per un consumo critico ad un’analisi del consumo dello psicofarmaco in una mentalità manicomiale. Al di là d’una sostanza una bomba economica e tecnologica.
Per un individuo che vive una condizione e situazione di Disagio Relazionale l’informazione maggiore che a lui ma anche a noi proviene è quella di una persona a cui sfugge più di prima e più degli altri una relazionalità funzionale con la propria e l’altrui realtà. Uno psicofarmaco, dall’alto contenuto di tecnologia, sfuggente ad ogni possibile e pensabile nostra comprensione, che possibilità avrà mai di ricomporre la relazione con la realtà che mi sfugge sempre più dalle mani tenendosi sempre più fuori dalla mia portata quindi dalla mia gestione?
La tecnologia non mi dà la possibilità di conquistare il farmaco, né tantomeno uno psicofarmaco che tra le sue informazioni ci dice che non cura più di un placebo.
L’Istituzione non si fa scrupolo ad estendere la pratica dell’intervento psicofarmacologico anche a bambini per i quali un’altra diagnosi è stata approntata, la Sindrome da Iperattività con Deficit di Attenzione (ADHD) e il farmaco somministrato è il Ritalin (metilfenidato).
La critica degli autori si rivolge anche agli psicofarmaci di ultima generazione che non danno i risultati miracolistici promessi.
Poi ci sono altri dati, quelli ricavati dalle stesse persone che hanno fatto uso di psicofarmaci e ne raccontano effetti collaterali, anche pericolosi, che per qualche motivo non sembrano entrare tra i dati della ricerca ufficiale o la cui rilevanza non è ritenuta tale da farli prendere in seria considerazione.
Esigenze della diffusione di mercato di un prodotto, di commercializzazione, manipolano, nascondono, minimizzano i più importanti dati sulla pericolosità di uno psicofarmaco specie quando il suo uso diventa sempre più intervento d’elezione che scarta, squalifica ed esclude tante altre modalità di assistenza e aiuto possibili, e comunque previste perfino istituzionalmente, ormai da anni, tra le buone pratiche.
Abbiamo dati interessanti: sappiamo di un paziente, addirittura catatonico da anni, che dopo l’assunzione di questo nuovo farmaco s’è alzato dal letto e s’è voluto andare a comprare il giornale. Risvegli. Non sono nuovi i risvegli in Psichiatria.
Stiamo allora considerando di qualcosa che va oltre lo stesso farmaco il cui movimento in una tensione “psi” avviene per il suo riconosciuto potere di andare ad anonimamente manipolare l’essenza più intima di un individuo in quell’archivio che, pur nella privazione di una tangibile oggettività e in un incancrenito dualismo, siamo abituati a chiamare mente.
Se c’è un consumo veramente allucinante di una svariata quantità di sostanza non ritenuta psicofarmaco e considerata illegale, non sembra che la gente abbia paura di ciò che è psicoattivo; fino al punto di decidere e scegliere di potere anche morire, e realmente muore, di sostanza.
Oggi riusciamo ad utilizzarlo responsabilmente proprio quando teniamo in debito conto dei danni che fa quando sfugge al nostro controllo? E le collusioni tra interessi legati al profitto, al mercato del farmaco e attività di ricercatori? «È razionalmente consentito, in questa situazione, dubitare del valore scientifico dei trial.»
Allora stiamo parlando di qualcosa che va al di là della sostanza e al di là dello psicofarmaco, che lo condiziona fortemente fino a determinarlo nella sua costruzione come strumento di dominio, di Potere, di Economia, fino a farne motivo più di sofferenza che non occasione d’aiuto.

FARMACI E SALUTE MENTALE
Atti del Convegno internazionale

Roma 14 Maggio 2004
a cura di Giuseppina Gabriele

Editore: Centro Documentazione Pistoia, 2005

Collana dei fogli di informazione


sabato 27 febbraio 2010

SUICIDIO DI STATO

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Espropriati di tutto e assassinati dallo Stato. Negli ultimi mesi la cronaca ha registrato una serie di suicidi avvenuti nello storicamente ricco Nord-Est d’Italia. Una catena di suicidi misti, tra piccoli imprenditori, lavoratori, operai comuni e gente ormai da tempo esclusa da tutto. La Medicina psichiatrica diagnostica il suicidio tra gli effetti di una malattia mentale chiamata “depressione”. Con una serie di equazioni che semplici non sono ma che alla coscienza della gente devono arrivare in una manipolata allettante semplicità per una migliore e più gradevole assimilazione: se si è suicidato è perché era depresso; la depressione porta a suicidio; ci sono psicofarmaci per la cura della depressione. Se la depressione è causa di suicidio e ci sono psicofarmaci per la cura della depressione è meglio curarsi che suicidarsi. Il suicidio, momento del porre fine alla propria vita con le proprie stesse mani, è azione a cui mai si dovrebbe pervenire. Al di là di come poi l’individuo vive se stesso e la relazione con la Psichiatria e di cosa vuole liberamente decidere della propria vita, qualcosa d’una problematica che ci riguarda in prima persona ci poniamo.
Perché lo psichiatra fa quel tipo di ragionamento? Certamente per prevenire il suicidio. D’altra parte è compito di tutti prevenirlo. Ma voler prevenire il suicidio come fa la Psichiatria, facendone un fatto di malattia, riesce veramente a raggiungere il fine che si prefigge? Quei suicidi del Nord-Est, e non solo loro, non sono d’accordo con tutto il meccanismo psichiatrico che pone in relazione suicidio e malattia.

“gli affari non vanno”
“non ho più soldi neanche per mangiare”
“travolti dall’angoscia di non poter più pagare i dipendenti”
“non sono stati in grado di rifarsi una vita”.

Lì è possibile una decisione, terribile decisione, sicuramente da non prendere mai, ma possibile. Eppure anche lì sembra trovare posto e giacenza ancora un inganno: quando qualcosa sembra di stare decidendo, ecco un momento in cui paradossalmente un atto di libertà pura va a coincidere con il suo concentrarsi in un punto al di là del quale non mi è dato d’andare o d’affacciarmi. E poi, perché mai rivolgere la decisione e l’arma contro noi stessi quando, al di là dell’utile “malattia” della Psichiatria, il suicidio è assassinio di Stato.
Squalificando i morti per disprezzare e nullificare i vivi, gli individui vengono espropriati di tutto e perfino della vita dove la proprietà è una religione. Segni d’una strada diversa. Quella situazione e condizione che chiamiamo “depressione”, comunque intesa, non è uguale per tutti. Nemmeno la morte è uguale per tutti e nemmeno quella da suicidio. Quegli uomini, pur nella loro differenza di classe, pur se non in una uguale decisione, ci hanno regalato lo stesso messaggio. Quei morti con la loro azione inutile qualcosa generosamente stanno gridando al mondo. Non certo per le orecchie della Psichiatria.

venerdì 19 febbraio 2010

MENTE IN PILLOLE


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Elliot S. Valenstein
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È come se dicessero cose diverse quelli che sono a favore e quelli che sono contrari all’uso della sostanza. Anche se Valenstein non è d’accordo, è richiamato frequentemente nell’Anti-psichiatria non ufficiale come un ricercatore contrario allo psicofarmaco. Come più volte ribadito, nei confronti della sostanza, e lo psicofarmaco lo è, non ci interessa uno schieramento per partito preso. Nemmeno quando nella scelta non siamo coinvolti in prima persona. Ci piace invece sapere e capire come la sostanza funziona all’interno di un contesto autoritario e delle Utilità. Come potrebbe funzionare in un contesto di relazionalità empatica non ci è dato sapere, e non certo per nostra scelta, se non in quegli eccezionali casi nei quali ad una condizione di relazionalità autoritaria si può strappare un momento di relazione empatica.
Negli anni Cinquanta niente si sapeva sulle reazioni chimiche del cervello. La cloropromazina fu venduta non perché proponeva una teoria o una cura ma per la possibilità di risparmio economico che poteva offrire rispetto ad altre pratiche. Si riteneva – come si ritiene tutt’oggi – che gli psicofarmaci, riducendo i sintomi, avrebbero reso il paziente più disponibile alla psicoterapia. Se quando l’LSD blocca la serotonina nel cervello provoca come effetto i sintomi della schizofrenia, significa che i sintomi della schizofrenia dipendono da una carenza di serotonina. Solo ipotesi in un determinismo trattato come verità. L’ipotesi dei neurotrasmettitori. Quali prove? Teorie non convincenti sulla depressione. Gli studi contrari alle ipotesi non vengono pubblicati. Spesso si scambia l’effetto con la causa. Il modo di vivere cambia il cervello. Cura di più il farmaco o il placebo? Il Marketing è al di sopra della prove e degli studi scientifici. E i farmaci antipsicotici atipici? L’industria farmaceutica promuove le teorie biochimiche dei disturbi mentali, controlla gli articoli e le riviste scientifiche. La depressione è un disturbo fisico? È stata identificata la causa chimica dei disturbi mentali? Ammessa una relazione tra variabili biochimiche e comportamento, c’è molto nelle teorie attuali che non va. Nonostante ciò quella dello psichiatra si pone come l’arroganza del profondo conoscitore della mente umana. I trattamenti vanno sempre più verso la massiccia somministrazione di farmaci relegando ogni altra possibile modalità assistenziale nell’ambito delle fantasie. Valenstein non è contrario ai trattamenti psicofarmacologici. Tra contrari e favorevoli rimane comunque il disagio degli individui mai comprensibile nella logica dell’industria farmaceutica e degli psichiatri. Incomprensibile anche quando, una volta compreso, la cronica ipoteca istituzionale sulle risorse gira lo sguardo altrove dichiarando la “malattia” unica responsabile d’ogni impotenza e d’ogni fallimento.

sabato 23 gennaio 2010

ARCHIA COME TEORIA D'OGNI COSA

EDITORIALE 2010

In ogni caso la nostra critica non può ignorare che l’istituzione Dipartimento di Salute Mentale è parte di un più ampio contesto di dominio che è lo Stato e, prima di tutto, luogo della mortale relazionalità autoritaria.
La Ragione accoglie lo Stato nel suo quotidiano squartamento della vita. Ogni pur piccola deviazione dalla norma di quella rutilante Ragione riceve il blasone squalificante di “malattia mentale” e, in ogni caso, d’un atto di follia sempre inspiegabile nei termini di quella stessa Ragione. Al di là di ogni umana sofferenza che, comunque chiamata o ingiuriata, va presa in cura e non certo all’interno di una relazionalità autoritaria che storicamente di quella Ragione ha mostrato le benevolenze, che sia nell’«Arché» lo spazio dove hanno origine tutte le cose non ce ne siamo dimenticati. Fiumi di sangue e carni dilaniate sulle quali brillano il lume della Ragione e l’odore dei soldi mantengono vivo il pensiero.
La relazione empatica contraddice la teoria d’ogni cosa? La rivolta la distrugge. Nella relazionalità empatica cade ogni teoria di dominio per un salto immediato al di là d’ogni potere.
Ogni buffone di corte nel suo produrre riso e pianto lusinga l’attenzione dello spettatore che s’abbandona a lazzi frizzi e lepidezze. Questo, buffone e Re assieme, affascina mentre inganna, vende e promuove un modello straordinariamente mortale. È urgente farla finita col nano di Regime e andare oltre, perché è il principio conservatore che ci interessa al di là dell’omino che lo impersona. L’elemento alla base. L’elemento degli elementi. L’aria, l’acqua, il fuoco. L’elemento all’origine di tutto.
Quello dell’Archia, termine certamente tanto desueto quanto consueto è il sangue versato per le sue fameliche necessità, è un modello razionalizzato nella sua bontà giustezza e libertà al di sopra di ogni cosa e, prima di tutto, al di sopra della stessa vita. Assolutizzante. Non vuotamente ideologico. Piuttosto un modello che s’è sviluppato nella logica delle Utilità che sempre s’accompagna, fino ad identificarvisi, ad una relazionalità autoritaria. Senza un prima, senza un dopo. Fino ad una mortale corrispondenza.
La relazione empatica realizza un salto senza per questo escludere l’importanza della distruzione delle realizzazioni autoritarie. Rompere i balocchi di potere. La sua importanza tra gli individui è ritenuta talmente grande e ricca di potenzialità salutari che è stata perfino posta alla base del rapporto terapeuta-“paziente”. Scoperta nel valore che potrebbe avere se la vita non fosse cooptata in una dimensione di dominio, è stata relegata a specialità terapeutica, a strumento esclusivo del terapeuta che l’assumerebbe nella fucina di laboratori istituzionali. Più viene assunta dallo specialista e qualificata come suo potenziale terapeutico, più viene squalificata nell’individuo comune che, solo in teoria o in situazioni di eccezionale fortuna, ne potrebbe apprezzare i pregi esclusivamente quando si rivolge allo specialista. Così la relazionalità empatica, della quale non senza responsabilità ci facciamo espropriare dal dominio, a caro prezzo ci viene venduta dallo specialista, scrupoloso controllore del copyright e dei diritti d’autore, nella malattia sotto forma di specialità terapeutica. L’individuo, espropriato di tutto e della sua stessa vita, se vuole e se può, la può riacquistare o riscattare alla banca del dominio. Qualche volta però dal coro proviene una dissonanza, un fuori ritmo, una stonatura, un controcanto. Qualche volta qualcuno spacca la faccia al Presidente dell’Amore, con tutto il rispetto per i miscredenti di turno, e un gruppo di esclusi, super sfruttati che, urlando la sua rabbia contro l’inumana e squalificata condizione di vita in cui è coattivamente tenuto, sfascia un bel po’ di roba per le vie di Rosarno in Calabria.
È nel contesto di un tale divino Regime dell’Amore che opera anche l’istituzione della Salute Mentale ed è in relazione a questo contesto che la dobbiamo andare a cercare quando vogliamo capire cosa sta succedendo oggi nell’Istituzione del Male Mentale.
Attraverso gli A-Periodici online del “Progetto Contraria-Mente” ci occupiamo, da un po’ di tempo, di quanto succede all’interno dell’istituzione della Salute Mentale. Quanto ancora oggi succede in questa istituzione che promette salute fa il paio con quanto succede nelle celle delle patrie galere che promettono repressione come punizione dell’individuo precedentemente squalificato e ridotto a reo. Guardiamo alle tematiche del Disagio Relazionale, con una presenza nel fluire della critica sociale, doppiamente fuori moda, sia per l’argomento trattato sia per il del tutto fuori moda costume che indossiamo sulla scena. Fuori moda anche per un motivo ancora. Da destra a manca si sono distribuiti gli eroi del dominio. Ognuno ha i suoi da rivendicare. Tutti hanno anche solo una viuzza per ogni eroe. Noi non abbiamo eroi né eroi celebriamo. La nostra è gente delle inutilità. Quella che muore per mano delle istituzioni totali, più o meno aperte, come la Salute Mentale, come le carceri, come lo Stato nel suo ossessivo riproporre un modello frattalico alla cui base troviamo la relazione autoritaria.

http://www.incompatibile.altervista.org/index.php/editoriale.html

http://contrariamente.altervista.org/index.php/libera-mente.html






mercoledì 13 gennaio 2010

LA BIBBIA DELLA SALUTE MENTALE

LE UTILITÀ DELLO STIGMA

Un individuo, un universale, che in una dimensione di potere è definito “negro”, “nero” o comunque indicato per il colore della pelle finisce di essere un individuo, un universale e incomincia a vivere una condizione d’esclusione con tutto ciò che ne consegue. Un individuo, un universale, che in una dimensione di potere è definito folle si vedrà cambiato nei suoi connotati; quando è definito “pazzo” e “malato di mente”, con diagnosi e certificato, si vedrà avviato verso un processo di stigmatizzazione e di esclusione a vita. Attualmente il fenomeno della marchiatura stigmatizzante, in una dimensione di potere, caratterizzata da una forte relazionalità autoritaria e su l’autoritarismo fondata, agisce a più livelli della società e pienamente agisce su tutti quegli individui diagnosticati dalla Salute Mentale o che per qualche motivo abbiano varcato quella soglia. La stessa OMS si è premurata nel denunciare il peso dello stigma.
La nostra storia ha istituito una soglia superata la quale, inappellabilmente, sulla carne umana viene apposto un timbro, un marchio, un sigillo, un’etichetta, una diagnosi che avvia un processo di stigmatizzazione di cui l’unto difficilmente si potrà mai liberare.
Superata quella soglia l’Istituzione diagnostica, certifica, documenti alla mano. Superata quella soglia, la mia azione, la mia stessa vita, momento per momento, è dichiarata e squalificata ad atto di follia.
Quella garanzia perviene al comune intendimento come certificazione di follia con tutto ciò che quella diagnosi socialmente e culturalmente significa e comporta, carica com’è di secolari connotati negativi.Anche questa volta, anche quando stiamo considerando le critiche di alcuni psichiatri rivolte a quella comunemente definita come Bibbia del disagio mentale, delle quali ci dà occasione Delfina Rattazzi, non stiamo prestando giuramento a nessuna bandiera.

mercoledì 16 dicembre 2009

TARTAGLIA LANCIA UNA PIETRA




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Milano. Perché mi lanciano souvenir. Tartaglia lancia una pietra. Qualche volta un sasso in faccia. Lo Stato, cosa volete che sia. Se la pietra è un souvenir della chiesa del Duomo di Milano. Se a lanciare la pietra è stato uno toccato dalla Salute Mentale. Se ad essere colpito in faccia è stato un Presidente. Smorfiando. Un’azione che, in uno, pone a dura critica lo Stato, la Chiesa e la Salute Mentale. Capita che. Applaudita dai più, contestata da una minoranza di individui dalla dignità calpestata, una star di Stato, ad un certo punto del suo show di potere, viene provvisoriamente fermata dalla rabbia angosciata di un individuo. L’arma del delitto: una riproduzione in pietra del Duomo di Milano. Una ferita da colpo di Chiesa. Quel colpo che nemmeno la Chiesa, ricrocifiggendo giorno dopo giorno il suo amato Cristo, ha voluto mai dare contro ogni forma di Potere, di Dominio, di Utilità. Un souvenir in regalato d’un luogo del potere e il dono d’un ricordo. L’hanno subito chiamata follia. Al di là della follia, che eventualmente rimane un fatto personale di Tartaglia, temono di più una pietra alla portata d’ogni braccio di quanto hanno temuto uno specialistico mitra.
Cosa volete che sia.
(Leggi l'articolo)
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LA PIETRA DI TARTAGLIA


domenica 13 dicembre 2009

TELEFONO VIOLA

SI RIPARTE

A Roma riprende un'iniziativa di difesa dalla "Psichiatria"

Chiamare l'Istituzione del Male Mentale "Psichiatria" o "Salute Mentale" non è certamente questione di nominalismo né di preferenze culinarie. Sapere che, al di là dell'affezione ad un nome piuttosto che ad un altro, la cosa più importante che ci deve interessare, per meglio orientare la nostra azione, è che ci troviamo di fronte ad un'Istituzione che cambia nome, cambia pelle, perde il pelo ma non il vizio. La sua caratteristica è quella di promettere salute ma di fondarsi su una relazionalità di potere e, in quanto tale, essenzialmente autoritaria, che con la salute niente ha a che vedere. Tutto ciò si chiama squalifica, distruzione, repressione di ogni relazionalità empatica. Ecco. È la relazionalità autoritaria che caratterizza l'Istituzione nel suo continuo rimaneggiamento riformistico. Il tempio della relazionalità autoritaria oggi è il Dipartimento di Salute Mentale con sue specifiche caratteristiche che, se lo assimilano alla Psichiatria manicomiale, lo differenziano nella Salute Mentale che si manifesta in una manicomializzazione del territorio. I servizi della Salute Mentale hanno scelto di produrre, promuovere e conservare relazioni di potere. Nel Dipartimento non c'è spazio né occasione per una relazione empatica. Le eccezioni rimangono eccezioni che, se ci riescono, possono sopravvivere al prezzo del rischio di vita, della repressione continua, progettata e portata avanti con la devota solerzia d'ogni potere. Non è possibile passare dalla difesa dall'Istituzione all'attacco dell'Istituzione se ciò non significa nello stesso tempo distruzione di ogni relazionalità di potere dei suoi templi e promozione di una relazionalità empatica, antiautoritaria l'unica compatibile con la salute, con la vita, con la libertà e con la dignità dell'individuo.

TELEFONO VIOLA è ancora un tentativo, modesto per quanto si vuole, di organizzazione di occasioni di difesa dall'Istituzione. Riparte da Roma.

«domenica 6 dicembre 2009

RINASCE LO STORICO TELEFONO VIOLA DI ROMA


Comunicato Stampa del Telefono Viola di Roma contro gli abusi della psichiatria alessio.coppola@luvis.eu


LA NOTIZIA - SABATO 14 Novembre 2009 è stato riattivato, dopo anni di studio e riorganizzazione, il Telefono Viola di Roma, fondato nell’ottobre del 1991 dal Dr. Alessio Coppola, ora anche presidente di LUVIS (Libera Università del Volontariato e dell’Impresa Sociale.)Cosa farà il Telefono ViolaPotranno essere chiesti appuntamenti per denunce di abusi e violenze in ambito psichiatrico telefonando alla segreteria 06/490821 r. a. (fax 06/491623) dal lunedì al venerdì.L’emergenzaOggi primo intervento della riapertura del Telefono Viola di Roma, con sopralluogo del Presidente Alessio Coppola allo SPDC presso l’Ospedale Civile di Pontecorvo, dove si trovava in TSO una giovane donna. Il T. Viola, dopo aver parlato con i sanitari, ha preso atto dell’intervenuta interruzione di fatto del TSO con lo scioglimento dei legacci ed il passaggio ad una terapia orale, concordata con la paziente.Data la recrudescenza di TSO su tutto il territorio romano, laziale e nazionale, e considerati i progetti di legge di prolungamento dei periodi psichiatrici reclusori, il fondatore e primo Presidente del Telefono Viola Alessio Coppola, ha riattivato il servizio di denuncia degli abusi in ambito psichiatrico a carico degli utenti sia in stato di consenso alle cure che in stato di TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio). Saranno interessati alla difesa legale possibile, diversi studi legali come quelli di Mancini-Faieta, Galantucci, Maccarrone, Chianta, ecc..L’attività iniziale di ripristino del Viola StoricoIl Telefono Viola, in attesa di una più completa riorganizzazione, fornirà soltanto consigli ed orientamento. Si possono intanto prenotare incontri telefonici e diretti con il Presidente, alla segreteria di LUVIS (Libera Università del Volontariato e dell’Impresa) sita in Piazza Vittorio Em. 31, tel. 06/490821 r. a. fax 06/ 491623, presso i locali di Piazza Vittorio Em. II, Dr. 31, p. 2, messi a disposizione dal Consorzio Sol.Co per LUVIS, l’Associazione di Promozione Sociale, appartenente alla rete “Progettiamo Insieme”.»


TELEFONO VIOLA:

http://telviolaroma.blogspot.com/

tel. 06/490821 - fax 06/ 491623